Echi #1: Pennuti
Eleganti svolazzano dentro e fuori le pagine.
[echi]
Le creature piumate abitano la letteratura da secoli. Non si tratta solo di eleganti gazze che fungono da presagi, corvi messaggeri, testimoni, compagni di viaggio che sembrano sapere sempre qualcosa che ai personaggi sfugge, ma anche di galline dalla spiccata personalità, trasformazioni fantastiche e piccioni buffi.
Negli anni ho iniziato a farci caso, a collezionarli mentalmente, io che non sono mai stata un’amante delle collezioni fisiche (ma poi mi accorgo di possedere decine di Totoro dalle forme, consistenze e dimensioni più disparate, vedo il paradosso e decido che è meglio andare oltre).
Chiudo gli occhi e li vedo volare da un romanzo gotico a una storia divertente, da un fantasy a un libro sul lutto. I pennuti della letteratura non fanno tutti lo stesso lavoro. Alcuni annunciano matrimoni, altri custodiscono ricordi, altri ancora guidano i protagonisti o rubano la luce per regalarla al mondo.
Questa non è una classifica dei "migliori" libri piumati, ma una piccola voliera (senza porte o lucchetti) letteraria. O forse un giardino. Ecco alcuni dei pennuti che continuano a tornare nella mia memoria. Reali, immaginari, illustrati, possibili. Con la consapevolezza di averne sicuramente dimenticati tantissimi.
1. Skellig, di David Almond
Ho pensato a lungo al libro con cui aprire questa lista e Skellig continuava a tornarmi in mente, nonostante lo avessi inizialmente escluso. Perché, a essere sinceri, non si sa davvero cosa sia Skellig. Uomo, angelo, creatura alata, qualcosa che sfugge alle categorie. Sembrava quasi fuori tema.
Eppure ci sono le piume. Ci sono le ali. E c’è quella sensazione di trovarsi davanti a una presenza che appartiene contemporaneamente a più mondi. Skellig è una creatura ammantata di polvere e mistero, che attrae proprio perché non si lascia definire facilmente. Perché accanto ai suoi aspetti ferocemente umani rimane sempre qualcosa che non si lascia nominare.
2. Kafka sulla spiaggia (海辺のカフカ, Umibe no Kafuka), di Haruki Murakami
Da una creatura alata enigmatica a un Corvo umano che parla.
Sì, perché in questo libro il ragazzo di nome Corvo è l’alter ego metafisico del protagonista, una presenza che lo accompagna, lo ammonisce e ha delle opinioni. Non è un caso che proprio il protagonista abbia scelto per sé il nome di Kafka per affrontare la nuova avventura della sua fuga da casa (in ceco kavka significa taccola, un membro della famiglia dei corvidi).
Uno dei romanzi più onirici di Murakami, in cui ritorna la separazione tipica della sua narrativa: quella tra una persona e la sua ombra, tra ciò che viene mostrato e ciò che resta nascosto. L’altra parte. La metà oscura, ma non evanescente. Una prospettiva nascosta che riemerge e asserisce, si manifesta ed esprime.
E non posso associare Murakami e pennuti senza citare “L’uccello che girava le viti del mondo” (ねじまき鳥クロニクル, Nejimaki-dori kuronikuru) in cui la figura della creatura piumata è ancora più impalpabile e incarna l’identità del destino, quello spirito che gira gli ingranaggi della realtà alla ricerca di un equilibrio che tenga insieme le fila del mondo.
Ma forse ora è il momento di toccare qualche piuma.


